Sab. Mag 18th, 2024

Da circa una settimana gli utenti di Facebook stanno ricevendo un messaggio con il quale la piattaforma di Mark Zuckerberg li invita a scegliere se continuare ad usufruire del suo social a pagamento o meno.

Messaggio al quale erano, peraltro, già preparati, da un pezzo campeggiava su tutti i giornali “Facebook a pagamento“: notizia smentita poi da altri titoli, in cui veniva bollata come fake (da qui l’immagine con cui ho aperto questo articolo).

E da qui anche un fiorire di meme, sulla falsariga di questo:

Ma la verità, come spesso accade, sta purtroppo nel mezzo, ed è molto più complessa di quanto apparentemente sembri: solo che gli stagisti a caccia di click nelle redazioni online dei quotidiani lavorano a cottimo, come gli immigrati clandestini che raccolgono pomodori, e non hanno tutto sto tempo per approfondire.

Ho visto lui, che profila lei, che profila lui, che profila lei.

Ridurre il titolo “Facebook a pagamento” ad un semplice “è una fake news”, senza aggiungere granché di più, è perlomeno intellettualmente disonesto.

Siamo tutti d’accordo che quel titolo va a solleticare il velopendulo (ed i click) dell’utente medio, il quale reagirà sdegnato con “ecco, avevano detto che sarebbe sempre stato gratis, e invece visto? Guardalo là, vuole i soldi, Mark ci vuole fare il Big Money“. Utente medio a cui occorre spiegare, magari con qualche disegnino, che Mark, con il suo Facebook, è sul mercato da anni ed anni: il Big Money l’ha già fatto eccome, pure senza abbonamenti, non è che finora abbia lavorato per la gloria. E no, non perché sia pagato da Soros.

D’altra parte non è vero che non si potrà più usufruire di Facebook se non si paga: se paghi non vedrai più pubblicità.

Ma puoi anche non pagare: usi lo stesso FB, solo che ti becchi lo spot.

Ed in questo modo infatti i “debunker”, i quali hanno smentito la fake di “Facebook a pagamento”, hanno spiegato e liquidato la faccenda: paga solo chi non vuole vedere la pubblicità.

Reazione di pancia dell’utente medio: “Esticazzi, come non ne avessi mai vista finora, come non ne fossi circondato ovunque. Tutto qua? Chissenefrega allora, non pago esattamente come prima. Polli quelli che pagheranno”.

Già.

Ma se non paghi stai volontariamente vendendo l’anima a Mark.

Vediamo insieme quel messaggio che ti arriva…

“Abbonati a 12 euro e 99 e le tue informazioni non verranno usate per la raccolta pubblicitaria”.

E, nel caso non fosse chiaro (metti che poi ti lamenti non te l’avevano detto) “se usi i nostri prodotti gratis le tue informazioni verranno usate per la raccolta pubblicitaria“.

Cosa vuol dire questo?

Vuol dire moltissimo. Anche dal punto di vista degli inserzionisti.

Se io finora ho usufruito di Facebook, l’ho fatto ben consapevole che Facebook avrebbe poi usato i miei dati per stilare un mio profilo, il quale sarebbe stato venduto a coloro i quali volevano fare pubblicità sulla piattaforma.

Venduto non in quanto profilo con nome e cognome di Maria Giovanna Rossi (si spera), ma profilo generico, ad esempio di “30enne, donna, senza figli a carico, livello culturale medio alto, segue pagine di viaggi ed informazione scientifica”: allora a sta qua le sbologniamo pubblicità di compagnie aeree e di raccolte fondi per la ricerca. Perché proporle pappe per lo svezzamento e sospensori è una perdita di denaro.

Il problema è che finora io sapevo che questi dati FB li prendeva, e mi sbolognava la pubblicità mirata: adesso invece mi chiede soldi per non prenderli.

Torno su allo screen di prima eh: “se sottoscrivi un abbonamento le tue informazioni non verranno usate”.

Cioè, è qui il paradosso.

La normativa europea.

Tutto ciò nasce da una normativa europea che gli addetti del settore conoscono bene: ed in particolare da una decisione presa il 4 Luglio 2023, in una causa che vedeva contrapposti Facebook e la Germania.

Sentenza particolarmente interessante in questo punto: ” la Corte precisa che un utente di un social network online, allorché consulta siti […] correlati […]non rende manifestamente pubblici i dati relativi a tale consultazione, raccolti dall’operatore di detto social network […]. Inoltre, quando inserisce dati in tali siti […] nonché quando attiva pulsanti […] come i pulsanti «Mi piace» o «Condividi» che consentono all’utente di identificarsi su tali siti […] utilizzando gli identificativi […] collegati al suo account di utente del social network, il suo numero di telefono o il suo indirizzo di posta elettronica […] rende manifestamente pubblici i dati così inseriti“.

Lo so, messa così è complicata, ma cerco di spiegarla in parole povere…

Quando io navigo su Google in cerca di un prodotto, o di notizie, finisco con il visitare dei siti: ed appena apro questi siti mi appare un messaggio il quale mi chiede se, quanto e come voglio lasciare i miei dati.

Questo, ad esempio, è quello che appare sul mio sito che state leggendo ora.

E, se ci fate caso, quando cercate su Google, che ne so, “montascale”, aprendo una marea di siti di aziende che vendono montascale, e non fate click su quel “continuare senza consenso“, nel giro di breve vi trovate inondati di email di montascale a prezzo strepitoso. Ed ogni sito che aprite pure giorni dopo, anche di cucina romagnola, ha qualche pubblicità di montascale.

Però è colpa vostra: non avete fatto click su “non do il mio consenso” mentre navigavate. Avete detto sì alla comunicazione dei vostri dati: così in todo El Web hanno capito che siete interessati ai montascale.

Ma su Facebook la musica cambia.

Se su Facebook vai sulla pagina de “Il Fatto Quotidiano”, non è che appena la apri ti appare un messaggio il quale ti dice “vuoi lasciare i tuoi dati al Il Fatto Quotidiano?”: così come invece accadrebbe se tu andassi sul sito, del Fatto Quotidiano.

No.

Su Facebook non ti appare proprio nulla.

Eppure, dopo un po’, quando apri la home di Facebook, ti ritrovi con una marea di pagine le quali sono esattamente pertinenti a quel tuo aver visitato la pagina Facebook de Il Fatto Quotidiano: anche se a quelle pagine e profili non avevi dato il “mi piace” od il “segui”. Basta molto, molto meno.

Basta che tu una volta abbia aperto un link, anche solo per scrivere “che schifo”: o addirittura senza scrivere nulla. Basta solo quello e già Facebook ha preso atto del tuo interesse (ti fa ridere, sdegnare, ti piace o lo odi: non importa. Si tratta sempre di interesse) e ti ripropone cose simili. Come la peperonata della sera prima.

Questo si chiama “profilazione”.

Che Facebook, siccome è un grande, immenso contenitore, può fare molto più facilmente di altri.

Facendoci su una marea di soldi ovviamente, da una posizione di netto vantaggio rispetto a chiunque altro.

Netto vantaggio perché quando tu vai a visitare il sito de “Il Fatto Quotidiano” e decidi di non lasciare i tuoi dati, Il Fatto si può attaccare a sta grandissima ceppa: manco una email con l’invito ad abbonarti ti può mandare.

Invece Facebook non ti chiede nulla ma tutto vede.

E quindi può arrivare su quel famoso tavolo degli inserzionisti e dire “sul mio social so che ho enne persone sicuramente interessate a questo, enne a quell’altro ed enne a quell’altro ancora. Quanto mi dai per fargli pubblicità mirata?”.

Ecco perché la Comunità Europea (e la Germania) ha detto “no no, un momento…”.

L’azienda privata Facebook.

Vista così dovrebbe quindi essere l’opposto: dato che tu, Mark, con i miei dati ci fai i soldi, non sono IO che devo pagare te per non farteli usare, ma TU che semmai dovresti pagare me per usarli.

Perché scusa, mica Il Fatto Quotidiano, o L’Opinionista Scalza, mi chiedono soldi per non usare i miei dati, quando visito il loro sito: mi basta dire “no, non acconsento”, ed è morta lì. Perché te, invece, ti devo pagare per non usarli?

Perché Facebook è un’azienda privata: all’utente medio sta cosa non è ancora chiara, gli pare che un social sia un dono dal cielo pubblico, ma non è così.

Nessuno ti obbliga ad usufruire dei servizi di un’azienda privata, puoi anche non starci, non essere iscritti a Facebook non è come evadere le tasse.

Quindi se ci vuoi stare senza pagare paghi comunque: con i tuoi dati. Se non vuoi darli paghi in soldi. O te ne vai: fai tu.

La privacy in vendita: stai vendendo l’anima a Mark.

Tutto molto logico: ma resta qualche problema.

Problemi ne restano parecchi…

  • I profili falsi.

Se io, piattaforma Facebook, non regolamento davvero la creazione di profili falsi, ho un ulteriore grande vantaggio: quando infatti arrivo nella sala riunioni dal mio inserzionista, il quale vuole investire soldi in pubblicità sulla mia piattaforma, gli posso dire che ho un pubblico potenziale di, la butto lì, 20 milioni di persone. Vale la pena fare pubblicità da me, no, caro inserzionista? Poi che di sti 20 milioni ce ne siano 10 di fake è tutto da vedere…

  • La politica.

Ad oggi sappiamo solo una cosa: che Cambridge Analytica ha chiuso e nessuno è stato incriminato per nulla.

Tutt’a post, amici come prima, non è successo niente. 

Ora… non so voi, ma io la certezza matematica che adesso non ci sia un’altra Cambridge Analytica la quale, in questo momento, sta prendendo i miei dati per venderli ad organizzazioni politiche le quali faranno campagne elettorali mirate, non ce l’ho. Così come non ho la certezza che, per fare queste campagne elettorali, le stesse organizzazioni politiche non creeranno molti profili fake, per far sembrare ci sia un sacco di gente la quale voterà Tizio: in modo da convincere gli utenti veri che Tizio è amatissimo. 

Profili fake che poi Mark metterà pure su quel tavolo degli inserzionisti, tanto per abbondare.

  • Doppio guadagno dagli inserzionisti.

Oh, questo è un altro aspetto fighissimo della faccenda.

I famosi inserzionisti non sono solo ed esclusivamente quattro pezzi da 90 con un fracco di soldi che gli arrivano da fondi russi alle Cayman: ma anche e soprattutto una marea di “Mobilificio Rossi & Figli” e Social Media Manager del Bar dello Sport in Piazza Italia. Ed a questi è stato detto, sempre da quel messaggio che ho messo sopra, “se non ti abboni verrai profilato e non potrai a tua volta profilare“.

Questo significa che il Mobilificio Rossi & Figli, il quale sta a Caserta e consegna al massimo in tutta la Campania, si deve abbonare se vuole farsi pubblicità seria: perché se non si abbona non può scegliere con precisione chirurgica il pubblico a cui mandare la sua pubblicità. Se non si abbona non può scegliere di fare pubblicità solo agli utenti della Campania, ma si deve accontentare di spendere una cifra a scelta (diciamo 2 euro al giorno?), e lanciare nell’etere una pubblicità la quale arriverà a tutti: pure in Val D’Aosta dove non servirà a nulla.

Grande affare no?

Facebook ha i dati precisi degli utenti “giusti“, e li ha ottenuti gratis: perché i dati precisi li ha solo di quelli che non pagano l’abbonamento. E se qualcuno li vuole, sti dati precisi, per fare pubblicità (che si paga, non è compresa nel mensile), deve pagare l’abbonamento.

Conclusione.

Conclusione… siete proprio sicuri sicuri che non pagare l’abbonamento a Facebook sia una genialata? Che la democrazia sia finalmente salva?

Siete proprio sicuri sicuri che la direttiva della Comunità Europea abbia punito Facebook ed ora Mark Zuckerberg, rassegnato ad obbedire, stia schiumando di rabbia?

EDIT: vale ovviamente per tutti i social, questo. Solo che per ora nel mirino c’è Facebook ed ha iniziato lui.

Di L'opinionista scalza

Scrivo perchè telefonare è troppo faticoso.

4 pensiero su “Facebook a pagamento: ovvero la privacy in vendita.”
  1. Spesso e volentieri quando non dai il consenso non ti fanno andare avanti. Quando capita, invio loro un pensiero, li lascio perdere e cerco altro.

  2. Beh, è ancora un po’ più complesso di così. Ma, più o meno, hai reso l’idea. Questo, però, non accade solo sui social. Accade ovunque, più o meno, su Internet. Questo perchè non esiste una precisa legislazione sovrannazionale che regoli accessi e profilazioni. Ed anche se dovesse, un domani, esistere, non esisterà mai un organo di controllo rigoroso che impedisca questo. E’ informaticamente impossibile.

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